Stamattina usciamo per assaporare meglio questa piccola meraviglia. C'è già tanta gente in giro e tanto caldo. I colori sgargianti del rosso della Red Square e dei risciò, unici e caratteristici, si stagliano sull’azzurro del cielo. La giornata è tersa e qualche nuvoletta bianca fa capolino nel blu. L'intenzione è quella di percorrere con tranquillità le viuzze di questo incantevole “paesino” tra murales colorati e spensieratezza. Tra un'opera artistica e l'altra capiamo subito che questo è un paese di artisti. Ci sono diverse
botteghe di artigianato. Ceramisti, pittori, conciatori che si dividono gli spazi con ristoranti, caffetterie e negozi di articoli vari. È un pullulare di vita questo posto. Nel percorso che facciamo attraversiamo la Lorong Seni, la via dei murales, per arrivare ai templi che stanno tutti sulla stessa strada chiamata dagli occidentali Harmony Street, o meglio dai malesi, Jalan Tokong. Qui c'è il il sunto di ciò che abbiamo scritto e detto tante volte. Religioni così distanti e diverse convivono pacificamente da sempre.
Questa via rappresenta proprio la capacità di queste genti di capire, accogliere e accettare il credo altrui. Ci sono 3 templi e una moschea. C'è il tempio induista, Sri Poyyatha Vinayagar Moorthi; il tempio taoista, buddista, confuciano, il bellissimo Cheng Hoon Teng; il Tempio buddista, Xiang Lin Si e la moschea, Kampung King. Sono bellissimi, tutti. Ognuno ha delle caratteristiche proprie e in ognuno ti puoi davvero perdere. La cosa ancora più importante è che, quando entri, le persone, i credenti presenti, ti accolgono e si compiacciono del tuo stupore.
Armonia; si sente, tangibile e presente. Dopo una colazione tardiva con caffè allo Jasmine e tanto di croissant alle mandorle in delle belle caffetterie, riprendiamo a gironzolare. Il canale continua a trasportare in battello i turisti che vogliono vedere la città dall'acqua. Nei locali suonano musica raffinata e le persone sembrano felici. Un’ oasi di caotica serenità. Andiamo a mettere sotto i denti due rice balls(non lo traduco che è meglio) e pollo, come ieri che ci era piaciuto tanto. Il cielo si incupisce un pochino e butta giù due gocce ma ci da la possibilità
di andare sulla collina, sopra la piazza rossa dove c'è il rudere della chiesa di San Paolo. Si trova appunto su una collina omonima appena sopra la piazza ed è una chiesa storica della seconda metà del 1500. Si attraversa la porta detta A Famosa che introduce alla fortezza ormai quasi del tutto demolita, con alcune parti ancora ben visibili, che fu utilizzata a difesa della città durante le varie incursioni. Si scattano tante foto e si vede dall'alto la città sul canale, la cosiddetta Venezia d'oriente. Malacca fu terra di conquista portoghese, olandese e britannica. Dopo la seconda guerra mondiale l'orgoglio malese portò a negoziati che le diedero l'indipendenza nel 1956. Fu anche una base marittima importante e difatti si trovano musei e navi esposte in bella mostra.
Insomma nei 1.720 km², i suoi 930.000 abitanti ( censimento 2019) possono vantare bellezza, arte e storia. La sera, dopo le 19.00 andiamo nuovamente a Junker Street, Chinatown, ma gira e rigira non ci ispira niente da mangiare. Assaggiamo le polpette di patate dolci, fritte. Ottime ma poi? Crisi alimentare? Forse. Andiamo a cercare una pizzeria di cui ci hanno parlato. Si chiama Aurelia è sta sulle rive del canale. Ci sono tantissimi localini carini carini lungo il canale e si sta davvero bene perché c'è una leggera brezza che soffia via il caldo umido che c'è. Ok, pizza e birra: ottima e perfetta. Lasciamo il locale e passeggiamo lungo riva. Magnifico. Luci e luminarie che si riflettono sull'acqua, musica ricercata in sottofondo che viene dai diversi locali, l'atmosfera è magica. Parlando con Gigi e facendo un paragone con Ipoh e George town (Penang) che vengono sponsorizzate e descritte come opere a cielo aperto e bellezze incantevoli, bè, avendole viste e vissute bene tutt'e tre possiamo dire ad alta voce che non ce n'è per nessuno: Malacca vince a mani basse.