"quando avremo ottanta anni, avremo probabilmente imparato tutto dalla vita .
Il problema sarà ricordarlo"

mercoledì 12 febbraio 2025

12 febbraio 2025, Georgetown

 Stamattina, dopo aver buttato giù due righe,  e chissà come, perché il tempo da dedicare diventa sempre più stretto, iniziamo la giornata a  Little India. Come prevedevamo i negozi sono quasi tutti aperti. È un crocevia di strade in cui i colori sgargianti del giallo, arancione verde e oro sono predominanti.

Oro, non solo il colore ma una marea di gioiellerie. Sappiamo che ne vanno matti. Per gli indiani è simbolo di ricchezza e prestigio. Non è puro puro, perché ha una percentuale di rame superiore al nostro, ma sicuramente è molto appariscente. Orecchini con pendagli, catene, anelli, cavigliere e tanto altro. Non sappiamo quale sia il valore commerciale qui ma sappiamo che per molti è accessibile, visti i clienti all'interno di ognuna di esse. Little India è carina. Negozi di abbigliamento e sete, ristoranti, street food, templi e profumo di incensi. Mancano le bancarelle di cibi strani e soprattutto le spezie. È un adattamento alla città moderna che cerca di mantenere la sua anima.
Cammina cammina, vediamo un tempio in restauro, gli giriamo intorno e vediamo una porticina laterale aperta, ci intrufoliamo, è il: Ta kam hong, stanno preparando il set per un'intervista. Con la faccia come il c... cerchiamo di farci strada tra cameranen e luci per fare due scatti. La troupe si sposta e ci fa segno di entrare tranquillamente e fare video o foto. L’intervistatore, un ragazzone, da sotto le “grinfie” della truccatrice ci vede e ci dice di avvicinarci e tenta di spiegarci cosa sta succedendo. È uno dei templi più antichi della Malesia ed è chiuso per restauro. Infatti la gran parte non è accessibile. Oggi è aperto eccezionalmente, per l'intervista. Sembrerebbe che il tempio sia dedicato al  dio patrono degli orafi e l'associazione omonima è la più grande associazione di orafi della Malesia. Non abbiamo capito tutto tutto benissimo ma la persona che stava per intervistare era  il presidente (di qualcosa).  Dell'associazione? O di qualche commissione culturale, con notizie sul restauro? Rimarrà il dubbio. Sul web non c'è nulla. Sono le 12.15, andiamo alla Casa Blue, la Cheong Fat Tze Mansion. Oggi è aperta, peccato però che i biglietti, oltre che online, si possano fare solo ogni ora: 12.30;13.30 fino alle 15.30 ultimo ingresso.
Noi ci siamo persi l'apertura dell'ufficio ticket delle 12.30 e opteremo per il successivo orario. Quindi, che facciamo alle 12.50 di un'altra giornata bollente in attesa che arrivino le 13.30? Smoothie alla frutta in un localino carino carino lì vicino. Anzi, per l'esattezza io ordino il japanese matcha, un tè verde con latte dolcificato e tanto ghiaccio mentre Gigi un frullato  (passione fruit e banana) . Cosa che ci ha colpito positivamente è che il proprietario è un ciclista e non lo nasconde, perché in bella vista, appese e distribuite qua e là, ha biciclette molto hi tech, di marchi conosciuti  e molto apprezzati dagli appassionati, come noi. Sono le 13.30. Aprono i battenti per il biglietto d'ingresso alla casa. Costo 25 Ringgit a testa (circa 7 euro).
Attenzione perché l'addetto alla biglietteria apre e chiude nel giro di dieci minuti. Si può avere la guida online scaricabile con qr code (in inglese). Prima impressione: il blu dell'esterno è intenso e caratteristico. L'interno invece è un'insieme di stili che danno priorità al cinese con chiare influenze europee e  rispecchia l'importanza e l'agiatezza del suo proprietario. Questa bella abitazione, di ampi spazi e bel giardino centrale, fu abbandonata dopo la morte dell'ultimo figlio di Cheong Fat Tze e  fino al 1989 occupata da 34 famiglie abusive che la portarono quasi alla rovina. Nel 1990 il nuovo proprietario seguendo i rigidi dettami internazionali per le migliori pratiche di restauro ne iniziò la progettazione.
Doveva mantenere la forma e struttura originale; l'uso e il controllo di qualità di tecniche edilizie, artigianali e di conservazione appropriate. L'uso di materiali adeguati, l'utilizzo di artigiani e artigianato tradizionale per i tessuti e la mobilia, per il mantenimento dell'autenticità(traduzione dalle didascalie presenti) . Oggi è una casa storica ma anche una boutique hotel prestigiosa, di poche camere, inaccessibili ovviamente. Se non avete di meglio da fare vale la pena vederla. È una visita che dura circa mezz'oretta ma è molto carina, se vi piacciono i racconti storici  che rappresentano anche la capacità di un uomo dell'est di diventare il Rockefeller asiatico, aperto e, si dice, filantropo. Sono le 14.20 circa e c'è davvero molto caldo. Cerchiamo di camminare all'ombra di qualsiasi cosa ma ombra non ce n'è. Direzione hotel. Mentre andiamo però ci imbattiamo in un ristorante di passaggio e vediamo la scritta “pizza”. Si chiama “Bottega mediterranea” e il menù è tutto italiano. Ci roviniamo l'integrità mangiando italiano? No, ma la pizza la vogliamo provare.
Il locale è molto carino. Pulito e molto europeo, direi italiano. Dietro al bancone due asiatici, probabilmente indiani, difficilmente comprensibile. Sicuramente di italiani neanche l'ombra (non è che ci dispiaccia). Lo staff è gentilissimo. Ordiniamo due pizze semplici, Margherita, anche perché non sappiamo dove andremo a parare. Poi arriva la scelta delle bevande, birra ovviamente. Noooo, cosa vedono i nostri occhi? Gigi strabuzza gli occhi e ride mentre legge la lista birre. Birra ICHNUSA prodotta negli stabilimenti  di ASSEMINI. Info per chi leggesse questo blog e non ci conoscesse: siamo di Assemini, viviamo proprio lì. E ce ne priviamo? Giammai!! La pizza è  buona, grande e saporita, diciamo che è meglio di molte altre mangiate in Italia. Prezzo di ognuna  circa 6.50 euro. L’Ichnusa piccola, perché grande non ce, costo circa 5.50 euro. Curiosità: su una parete c'è una grande lavagna con disegnata l'Italia; la Sardegna non c'è 🤦. Insomma la nostra birra ci ha eclissati. Chissà perché. Staremo… antipatici al proprietario? Avrà avuto delle brutte esperienze in Sardegna o con i sardi? Non possiamo chiedere allo staff perché crediamo che poco ne sappiano dell'Italia, geograficamente parlando. Chiediamo però del proprietario e ci dicono che è del nord Italia (aaaaah forse abbiamo capito) e che praticamente  viene poco qui perché ha altri ristoranti in Malesia, a Kuala Lumpur per esempio. Di più non abbiamo capito. Rientriamo in hotel. Ricerca dei biglietti per la prossima trasferta; blog; doccia e forse andremo a sentire musica live in uno de tanti locali mooolto carini visti questa mattina nel tragitto per Little India. La strada in cui ci sono tutti questi locali si chiama Love Lane, e qui abbiamo anche trovato l'agenzia per il noleggio scooter che prenderemo domani per andare fuori porta. Vediamo cosa ci aspetta la serata. 
Si va a cena. cammina cammina sentiamo rumori e tamburi. In un ampio cortile di un’ area condominiale, ci sono diverse persone che seguono le danze di due leoni, non gli animali!!, che si muovono a ritmo di tamburi. É un rituale cinese legato alle festività che si celebrano in questi giorni considerando che il capodanno cinese era il 29 gennaio, forse sono strascichi di questo. Questa settimana è pregna di festival e festività delle religioni cinesi e induiste.Ci coinvolgono e ci invitano a guardare e fotografare. È una esibizione per pochi, organizzata da uno dei diversi gruppi che festeggiano i loro dei. Hanno un logo nelle magliette, che li contraddistingue.
Finita la danza, con tanto di distribuzione di mandaranci, come dono del leone, arriva il momento dei petardi, appesi ad un lungo bastone. Una cartuccera lunga circa due metri viene accesa e po, po, po, po a raffica con tanto di fumooo. Felici del nostro coinvolgimento si prodigano con gentilezza a farci sentire due di loro.  Congedati ci dirigiamo alla zona dei moli Jetty. Entriamo nel Clan Jetty, ci dirigiamo al Tan Jetty, il molo lungo lungo, parallelo a quello in cui è costruito il tempio di Hean Boo Thean Kuan Yin Temple che sta di fronte a noi. L’atmosfera è surreale. Al Tempio stanno facendo festa, perché ne sentiamo i suoni e intravediamo la presenza di tante persone .
Qui invece c'è una sensazione di totale appagamento. Seduti sulle travi di legno del molo palafitta ci godiamo le luci soffuse del tramonto. Si sente il leggero sciabordio del mare che si ritira per andare a dormire. Sopra le nostre teste, come un serpentone affascinante, si accendono le lanterne rosse ad ornamento di questo magnifico dipinto. I pescatori, nelle loro case palafitte, accolgono l'ennesima notte in attesa di un'altra giornata propizia. Appagati e pieni di emozioni torniamo sulla strada. Proprio qua vicino c’è un market di stretta food omonimo del molo. Il  Food Market Jetty. Entrati dentro ci colpisce la varietà di cibi di ogni etnia: tailandese, malese, turco, vietnamita, cinese, giapponese e anche italiana. Al centro tanti tavoli sia piccoli che grandi  per più commensali. C'è pure la birra. In molti tavoli vediamo dei cestelli abbastanza capienti, pieni di ghiaccio, con almeno tre se non più bottiglie di birra dentro. Praticamente si può ordinare il cestello e se non le consumi, paghi lo stesso; affari tuoi. Ma qui consumano, consumano anche troppo.
Bevono casse di birra. La birra più diffusa è la Carlsberg, birra danese. Poi ci sono la Guinness, la Tiger e altre di piccole aziende non così diffuse. Essendo un paese in prevalenza musulmano, si disincentiva la produzione di alcool. Quindi i piccoli produttori di birre locali sono surclassati dalle grandi marche straniere che vengono qui a produrle e immettere sul mercato malese, che gradisce. Decidiamo di stare qui. Tra tante proposte oggi mangiamo  turco. Mi piacciono le salsine, l’ hummus e i falafel e Gigi condivide con un piatto più semplice, se così si può dire. Piatti composti deliziosi e birra, tanta. Tra un bicchiere e l'altro vediamo che nel tavolo vicino c'è festa. Una decina di malesi (lo capiamo da alcune cose) stanno festeggiando uno di loro.
Al loro tavolo arriva una signorina con una marea di cartoni di uova, ananas in vaschette, già affettata, e altre cose. Tutti loro la accolgono con entusiasmo. Pensiamo che siano uova sode perché le distribuisce senza attenzioni particolari. Nel frattempo si canta al Karaoke e poi su un piccolo palco iniziano ad esibirsi tre ragazzi. Musica pop internazionale piacevole e loro molto bravi. Bel clima festoso e tantissima gente, pochi gli occidentali. Abbiamo capito da sempre che preferiscono i ristoranti, come se fossero una garanzia. La signorina delle uova si volta verso noi che, totalmente integrati, cantiamo e beviamo.  Ci offre due uova. Noi le accettiamo volentieri, più per la gentilezza del gesto inclusivo che per la cosa in sé; non ne avevamo proprio voglia di mangiare ancora, soprattutto uova. Le apriamo e vediamo roba viola. Il tuorlo è viola. Con nonchalance, nel nostro tipico stile “adattiamoci a tutto che è meglio”, l’addentiamo. La signorina ci guarda per capire quale reazione avremmo avuto. In apparenza sembrava un uovo andato a male. Invece: è  dolce!!! Con enorme sorpresa scopriremo poi che è un dolce fatto da lei. Una sua amica ci spiega che  è bravissima a farle, una sua specialità. Praticamente aspira l'uovo e lo sostituisce con latte di cocco e poi una specie di gelatina di frutti viola, direi more, ma non ne sono sicura ( le more qui sono una rarità e si trovano  solo in qualche succo). L'uovo é di gelatina con una parte bianca e una scura, esattamente come un uovo . Pazzesco. Soprattutto pazzesca la procedura e lei ne aveva portate tantissime. Allenamento alla calma e pazienza. 

Altre volte abbiamo avuto questa accoglienza viaggiando. La gentilezza e l’ accoglienza di molte persone ci fa ricredere sempre sui pregiudizi lerci e l’ ignoranza abissale che pervade le nostre menti e invade il nostro mondo, il nostro piccolo piccolo microcosmo. E oggi ce lo dimostreranno ancor più . Infatti, usciti dal mercato, sazi di amore e pieni di birra, cammina cammina, sentiamo nuovamente un tamburo ossessivo che si fa sempre più vicino. Vediamo diverse persone che si dirigono verso un tempietto, cinese. Si trova all'interno di uno spiazzo: è il Hock Teik Cheng Sin Temple.

Assistiamo ad un rituale suggestivo che ci porterà via quasi un'ora. Mentre degli uomini si alternano a battere forte su un tamburo appeso, e una donna accompagna con dei piatti, alcune persone devotissime, portano un simulacro e lo poggiano al centro di un altare. È una divinità cinese di cui non sappiamo nulla. Da lì preghiere e incensi che vengono accesi. Anche qui ci invitano a stare e a filmare. Arrivano alti turisti.  Alcune persone del gruppo di preghiera, dall'aspetto molto serio e altrettanto concentrato, fanno seguito. Il rituale scandito dal tamburo, il profumo dell'incenso e la devozione composta dei fedeli è coinvolgente. Se mai qualcuno volesse assistervi per “deriderli” non è il posto giusto né sono persone o rituali da deridere o ancora peggio da paragonare ad altri, compreso i nostri. Ci vantiamo di essere al di sopra di tutto ma  facciamo molto di peggio e spesso senza convinzione. Mi hanno ricordato positivamente, con tutte le dovute differenze, gli scalzi di Cabras. L'antica corsa dei devoti che si svolge a Cabras (Oristano) la prima domenica di settembre. Suggestiva, emozionante, sentita. E non importa quali è quante siano le modalità, è fede e non si può giudicare.
Questo rituale che vede scandirsi in diversi momenti vedrà il suo culmine un po' come il precedente ma con una variante: una pira di manufatti cartacei che viene bruciata. Ma non finisce qui. Arriva l'ultima parte : i fuochi d'artificio. È tutta la settimana che sentiamo in lontananza fuochi d'artificio, a qualsiasi ora. Abbiamo capito che sono giorni di festività religiose. Qui ci sono 4 religioni importanti, figuratevi. Ora capiamo di più. Improvvisamente, come ultimo colpo di coda, piazzano al centro della piazza, perdonate il gioco di parole, uno scatolone.  Ci fanno allontanare e… accensione. Siamo a non più di sei metri dagli innesti. Roba da matti. Fuochi Seri, quelli che sturano le orecchie e partono a razzo in alto per fare mile e mille scintille.

È stato bellissimo. Ma se penso che da noi per poter fare i fuochi ci vogliono giorni di disbrigo pratiche burocratiche, avviso ai vigili del fuoco, luoghi sicuri,  lontananza daI centrI abitati e da luoghi frequentati, mi  viene spontaneo pensare: siamo a Napoli!!! Gigi, da una parte della piazzetta, ed io dall'altra. Pensavo non ci rivedessimo più 😂. Pazzesco. Festa e gioa, devozione e partecipazione, che meraviglia. Ok, finito. I due litri di birra che ci eravamo scolati sono evaporati tra emozioni e calore della gente e dei fuochi; ci sentiamo due arrosticini. Abbiamo più fumo noi addosso di tutto quello che si è fumato Bob Marley in una vita. 

Rientrando sentiamo altri fuochi in lontanaza ma non sono di passaggio per noi. Questa serata è stata l'insieme di una serie di coincidenze  trovate così per caso a farci sognare e ricordare dove siamo. Ci siamo sentiti così vicini a tutte queste persone  accoglienti e gentili che sarà difficile dimenticare. Soprattutto perché scriviamo il blog. Questo è il vero motivo. Non dimenticare. Poter rileggere queste pagine, per i lettori noiose forse, ma per noi due inestimabili. 



2 commenti:

  1. Una giornata con mille avventure..che bello❤️

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  2. Dite la verità, incominciate a sentire nostalgia di casa e per placarla vi siete "tuffati" sulla birra. 🤣🤣🤣

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