Sveglia ore 8.00. Oggi ci aspetta la trasferta per Ipoh, altra cittadina che sta sulla terra ferma.
Per arrivarci ci sono diverse opzioni. Noi abbiamo scelto di farci portare in traghetto, come all'arrivo, a Butterworth. Da qui un bus che in due ore ci porta a Ipoh. Arrivati qui, per andare in albergo (13 km) la possibilità è taxi o Grab o ancor più conveniente ID, altra app. Scegliamo proprio questo. Con 17 Ringgit (4 euro) abbiamo un efficiente autista che ci accompagna.
Arriviamo al Jindagu hotel, molto carino. Posati i bagagli e rifocillati un pochino, iniziamo “l'ispezione”. L'albergo è a circa un km dalle vie famose della città vecchia. Per strada molti ristoranti di ogni specie è genere. Strade larghe e trafficate. Il cielo però è più plumbeo del solito. Sembra di stare a Londra d'inverno con un caldo torrido. Arriviamo alle famose vie: la via delle Concubine,

chiamata così perché originariamente, nei primi decenni del secolo scorso i ricchi bagnati delle miniere di stagno tenevano le loro amanti. Oggi, la strada è piena di piccole bancarelle ammassati l'una sull'altra. La maggior parte vende spuntini stravaganti, souvenir e vestiti alla moda. A poca distanza da qui Jalan Pangliama e Jalan Market, come dice il nome piena di negozietti, insomma trappole per turisti.

Di Ipoh si dice e legge che sia anch'essa la città dei murales, che sia pittoresca ecc ecc. Allora, murales ce n'è qualcuno ma niente di rilevante, non è sicuramente la parte attrattiva. A San Gavino Monreale o a San Sperate o anche nella piccola Orgosolo c'è mooolto di meglio e di più. La differenza è che i sardi non sanno gestire luoghi così. La differenza è che qui c'è stata la volontà di voler emergere anche con quattro stupidate.

Rivalorizzano tutto, ne fanno piccoli bijoux e si fanno notare. La città vecchia è quindi pittoresca non per le tre vie famose ma per i tanti negozietti, ristorantini e caffè simpatici e caratteristici. Rientriamo in hotel e cerchiamo qualcosa da mangiare. Capitiamo sotto l'albergo in un ristorante cinese in cui vediamo cose molto interessanti. Si chiama Amaysia restaurant. Si ordinano diverse cose da un menù pieno di numeri e nomi, fortunatamente in inglese, che vengono assemblate e cotte o in zuppa o spadellate e servite in un tegame rettangolare che si mette al centro del tavolo. Era buonissimo. Unico neo è stato il piccante: roba da fuochi d'artificio.
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