"quando avremo ottanta anni, avremo probabilmente imparato tutto dalla vita .
Il problema sarà ricordarlo"

domenica 23 febbraio 2025

23 febbraio 2025. Batu Caves, Chinatown e Central Market.

Con molta calma ci si prepara ad uscire. Oggi andremo alle Batu Caves. Distano circa 13 km dal nostro albergo e ci andremo con Grab, anzi con ID l'altra app di offerte autista e auto che spesso è più conveniente. Le Batu Caves, come dice la stessa parola, sono grotte.
È un insieme di grotte calcaree meravigliose, dentro le quali, dalla fine dell'ottocento, si insediarono gli induista, facendone un sito religioso molto importante e noto. Sono il punto focale del festival Thaipusam che ogni anno richiama molti fedeli per rituali che durano diversi giorni e sono molto particolari, come la mortificazione della carne attraverso il dolore fisico. La perforazione della pelle, della lingua, del petto e della schiena con lunghi spiedini o ganci. È davvero un luogo da vedere. Oltre la bellezze delle grotte che, ahimè, sono state “condizionate” dal tocco non proprio delicato dell'uomo per gli egoistici bisogni religiosi, ci sono i rituali quotidiani dei santoni che benedicono i devoti con preghiere, distribuzione e avvolgimento di braccialetti colorati, imposizione delle mani e della polvere “sacra” sulla fronte.
C'è chi porta i bambini per una sorta di battesimo, c'è chi si sdraia a terra, c'è chi ha la testa completamente rasata e cosparsa di ocra gialla e chi come noi osserva e scatta fotografie. Il tutto è pregno di fede e… soldi. Spesso per eseguire tali rituali i santoni, senza troppa vergogna né imbarazzo, chiedono un’offerta. Anche noi ci caschiamo. Ci mettono la polvere in fronte e i braccialetti, figo, e aspettano l’obolo. E vabbè dai, si può fare. Non è il caso di impelagarsi in riflessioni filosofico cultural sociali perché non ne usciamo più.
Cerchiamo di essere easy. Dopo I due templi che stanno subito dopo. L'ingresso principale, ci aspettano circa 270 gradini. Una scalinata colorata ci porta all'interno delle Caves. Spettacolari. Spettacolari questi matti che hanno colorato e riempito le grotte di tutte le divinità indù. Si cammina rigorosamente scalzi e i pavimenti non sono proprio lindi. Un olezzo di umidità e odori permea l'aria ma lo spettacolo dei riti è dei fedeli oltrepassa ogni fastidio e ogni pregiudizio. Stiamo ore ad osservare. Scesi di nuovo giù, si va a mangiare qualcosa.
Ci sono diversi locali indiani qui dentro che offrono buon cibo a prezzi modici. Dopo, andiamo a vedere un'altra parte sempre all'interno del sito. È una passeggiata su un ponticello di un laghetto pieno di pesci, tartarughe e qualche iguana. C'è anche un rettilario con tanto di ospiti e tanto di tarantole in teca. Assistiamo anche ad un mini spettacolo di danze bollywoodiane, pseudo religiose e pseudo carine. Si può fare di meglio. È pomeriggio inoltrato.
Chiamiamo nuovamente un'auto e ci facciamo portare a Chinatown. Che dire: molto grande anche qui. Non è paragonabile a quello di Bangkok ma è grande. Unica differenza è che è quasi tutto di abbigliamento, prevalentemente contraffatto. C'è tutto e di ogni marchio. Qualche bancarella di cibo ma soprattutto estratti di frutta e verdura. Tantissima gente e tanto caldo. Da vedere anche questo ma, senza infamia e senza lode. A pochi metri da qui, il Central Market. È tutto interno. Molto carino. Ci sono tanti negozi di articoli di manifattura. Negozi di souvenir e argenteria. È molto curato e la qualità degli articoli è palese. Si divide in tre piani e in ognuno c'è da perdersi. Sono le 19.00. Il nostro hotel dista 2 km. Che si fa? Si va a piedibus. Mezz'oretta e saremo lì.
Di passaggio ci attraggono le luci bluastre che avvolgono una moschea. Siamo di fronte al Masjid Jamek Abdul Samad. È una graziosa moschea con cupola a cipolla progettata da un architetto inglese costruita dove s'incontrano i due fiumi della città: Gombak e Klang. Ci hanno attratto le luci azzurre e con tanto di fumi artificiali che la avvolgevano. Inizia a piovigginare. Inizia a piovere. Piove. Piove molto. Ci fermiamo sotto un riparo distante trecento metri dall'obiettivo. Diluvia! Maremma malesiana. Stiamo fermi per circa mezz'ora e poi, infilate le mantelline usa e getta che abbiamo sempre con noi (perché per noi sono usa e riusa), tentiamo l'avventura. In trecento metri non abbiamo bagnato le cose più importanti che stavano sotto le mantelle ma tutto resto… Arrivati in hotel fradici dalle ginocchia in giù, ci rintaniamo nel meraviglioso appartamento che ci attende. Doccia calda e lavatrice. Fuori il diluvio universale. Chiamiamo Grab per deliveroo cibo: na schifezza totale, ma almeno uno di noi si mette lo stomaco in pace: Gigi. 



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